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03/12/2008 15.24.16



Giornata internazionale delle persone con disabilità: interviste con Beccegato e D'Agostino






Sul tema “Dignità e giustizia per tutti noi” si celebra oggi la “Giornata internazionale delle persone disabili” promossa dall’ONU. Il servizio di Claudia Di Lorenzi:

Sono 650 milioni i disabili nel mondo, circa il 10 per cento della popolazione globale, in molti casi privati di un pari riconoscimento davanti alla legge, della libertà di espressione e d’opinione, dell’esercizio del voto e di altre forme di partecipazione alla vita politica e pubblica. “Oltre l’80% - sottolinea il segretario generale dell’ONU Ban Ki-moon - vive nei Paesi poveri” ed è per questo che è necessario aumentare gli sforzi “per spezzare il cerchio della povertà e della disabilità” e insieme per promuovere l’integrazione dei disabili, unico antidoto all’emarginazione. Ma quali problematiche affrontano oggi i disabili nel mondo? Lo spiega Paolo Beccegato, di Caritas Italia:

 
R. - Da noi ci sono problemi per quanto riguarda ad esempio l’accesso ai luoghi, la ricerca e le cause di alcune disabilità. Però, certamente, se guardiamo ai Paesi dell’est o del sud del mondo, i problemi sono nettamente più marcati. Nell’est il tema fortissimo è quello della de-istituzionalizzazione, che è un tema molto delicato, che comprende sia il tema delle politiche che il tema della concezione stessa della malattia. Nel sud, sebbene la rete familiare abbia una tenuta forte, spesso però mancano sia le istruzioni di base per la prevenzione, per la cura, sia strutture, sia in alcuni casi ci sono fenomeni di esclusione sociale fortissimi, che arrivano appunto a situazioni estreme, dove addirittura il malato viene rinchiuso, incatenato e così via.

 
D . - Come contrastare l’emarginazione e favorire il rispetto dei loro diritti?

 
R. – Il primo passo è un passo culturale che non crei esclusione nelle menti e poi, di conseguenza, scelte politiche e scelte diffuse per una maggiore tutela.

 
Nel maggio scorso è entrata in vigore la Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità. La Santa Sede pur appoggiando nel suo insieme la Convenzione non l’ha firmata a causa di un articolo che potrebbe prevedere l’aborto dei feti di potenziali disabili. Ce ne parla Sergio Centofanti.

In una intervista rilasciata alla nostra emittente il 14 dicembre di due anni fa mons. Celestino Migliore, rappresentante vaticano presso l’Onu, spiegava i motivi per cui la Santa Sede non poteva firmare la Convenzione: “E’ tragico – affermava - che … la Convenzione creata per proteggere le persone con disabilità da ogni discriminazione nell’esercizio dei loro diritti può essere usata per negare il basilare diritto alla vita di persone disabili non nate”. Ascoltiamo in proposito il prof. Francesco D’Agostino, presidente dei Giuristi cattolici e presidente onorario del Comitato nazionale di bioetica:

 
R. – Il problema è che attraverso delle dichiarazioni internazionali, ragionevolissime nella loro finalità, si cerca di introdurre una nuova categoria di diritti – assolutamente discutibili e in certi casi obiettivamente riprovevoli. Una cosa è garantire i diritti degli handicappati come quelli di tutti i cittadini; altra cosa è, per prevenire l’handicap, invece di adottare strategie terapeutiche quella di sopprimere eugeneticamente, prima della nascita, i feti portatori di handicap. In questo senso, l’opinione pubblica non è stata informata e non ha capito che, attraverso la pur nobile proclamazione dei diritti degli handicappati, si sta cercando di introdurre – o già si è introdotta – una legittimazione della eutanasia eugenetica prenatale.

 
D. – C’è stata disinformazione su un equivalente no del Vaticano: il no alla proposta francese di depenalizzazione dell’omosessualità: la Chiesa – occorre ribadire con chiarezza - sostiene la depenalizzazione dell’omosessualità – ma è contro l’intenzione di porre sullo stesso piano ogni orientamento sessuale…

 
R. – Il discorso è assolutamente analogo. Nei limiti in cui la pratica omosessuale avviene tra adulti consenzienti, non può avere alcun divieto giuridico: è semplicemente una pratica lecita. Ma se per giustificare la condanna di ogni criminalizzazione dell’omosessualità, su cui siamo tutti d’accordo, si deve fare assurgere il comportamento omosessuale ad un comportamento meritevole di tutela alla stregua di tutti quei comportamenti che realizzano diritti umani fondamentali, noi ci troviamo di fronte ad una vera e propria alterazione del concetto di diritti umani, che va denunciata e con la quale non ci si può compromettere.

 
D. – La proposta potrebbe portare a ritenere una violazione dei diritti umani il fatto di considerare, per esempio, il matrimonio fra un uomo e una donna la forma fondamentale e originaria della vita sociale e come tale da privilegiare…

 
R. – Certo: perché se si parte dall’idea che non ci sia una sessualità oggettivamente radicata in natura ma che le scelte sessuali siano scelte soggettive e arbitrarie, insindacabili legalmente e addirittura meritevoli di tutela giuridica, se cioè si aderisce alla cosiddetta “teoria del genere”, abolendo il riferimento alla sessualità biologica, destrutturiamo l’immagine dell’Uomo che invece abbiamo il dovere di custodire e di difendere. La dichiarazione francese, originariamente era stata formulata in tre sintetici e impeccabili articoli; lentamente, si è gonfiata fino a diventare di 13 articoli, all’interno dei quali si sono introdotte queste pretese di riconoscimenti a livello di diritti fondamentali dell’omosessualità, che non hanno consistenza antropologica.

 
D. – Alla vigilia del 60.mo anniversario della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, come sta cambiando la visione dei diritti umani?

 
R. – Bisogna sempre essere ottimisti e quindi rilevare che la difesa dei diritti dell’Uomo è una forza positiva e operante in tutti i Paesi del mondo di oggi. Ma non possiamo neanche essere ciechi e non prendere atto che da molto tempo c’è il tentativo di strumentalizzare la categoria dei diritti umani per interpretarli non come il doveroso riconoscimento che ogni persona umana ha una dignità fondamentale e inviolabile, ma per ottenere il riconoscimento che ogni pretesa soggettiva, libertaria, individuale meriterebbe di essere tutelata dal diritto. Ebbene, su questo fronte bisogna attivare un confronto culturale: riconoscere i diritti non significa riconoscere l’arbitrio soggettivo e santificarlo.


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